Prima era Facebook. Poi Instagram. Poi TikTok. Poi LinkedIn. E ogni volta la promessa era la stessa: questa è quella giusta, le altre erano sbagliate, adesso sì che funziona.

Se stai ancora aspettando la piattaforma che finalmente risolve tutto, ho una notizia per te: il problema non è mai stata la piattaforma. Lo strumento cambia. Il motivo per cui la tua strategia non funziona resta esattamente lo stesso.

Il problema che vale per ogni piattaforma

Negli ultimi anni ho perso il conto di quante volte qualcuno mi ha chiesto: "Devo esserci su TikTok?", "Conviene ancora Instagram?", "LinkedIn è saturo?". E, immancabile: "Facebook? Ma è morto!"

Sono tutte domande legittime, ma nascondono lo stesso equivoco di fondo: pensare che sia la piattaforma a determinare il successo o l'insuccesso della propria strategia.

È lo stesso meccanismo di cui parlo spesso nei miei articoli, questa volta applicato ai social: qualcuno ti vende la scorciatoia del momento, il formato che sta funzionando adesso, l'algoritmo che si può "battere" con il trucco giusto. Cambia il nome della piattaforma, la promessa resta identica.

Nel frattempo, chi ha una strategia vera, che mette i clienti e la propria unicità al centro, continua a ottenere risultati, che l'algoritmo cambi o no, che la piattaforma di moda sia questa o quella. Perché non dipendeva dalla piattaforma fin dall'inizio.

Cosa non è strategia

Prima di parlare di cosa è una strategia, vale la pena essere chiari su cosa non lo è, perché la maggior parte di quello che vedi in giro rientra qui dentro.

Postare per riempire un calendario editoriale. Pubblicare tre volte a settimana perché "bisogna essere costanti" non è una strategia, è un'abitudine. Se non sai perché stai pubblicando quel contenuto specifico, per chi, e cosa vuoi che succeda dopo che l'ha visto, stai solo riempiendo uno spazio vuoto. Con regolarità, ma sempre uno spazio vuoto.

Avere un post da centinaia di migliaia di visualizzazioni e zero clienti. Succede più spesso di quanto pensi. Un contenuto può diventare virale per i motivi sbagliati, raggiungere le persone sbagliate, generare like da chi non comprerà mai nulla da te. Il successo della piattaforma non è il tuo successo. Sono due cose diverse, e confonderle è uno degli errori più costosi che puoi fare.

Rincorrere ogni cambio di algoritmo. Ogni volta che una piattaforma cambia le regole, arriva l'ondata di consigli su come adattarsi. Chi costruisce la sua presenza inseguendo l'algoritmo passa più tempo a rincorrere che a costruire qualcosa che resti.

Entrare su una piattaforma perché "non puoi permetterti di non esserci". È la trappola più subdola, perché suona come una decisione strategica mentre è solo paura di restare indietro. Apri il profilo, pubblichi qualcosa, poi non sai cosa fare. Nel frattempo stai investendo tempo e attenzione in un posto in cui il tuo cliente ideale magari non è nemmeno arrivato.

Inseguire i follower invece dei clienti. Un profilo con molti follower e zero clienti non è un problema di algoritmo o di piattaforma. È un problema di chi hai attirato e perché. E finché non lo risolvi, cambiare piattaforma non cambia nulla.


Da dove parte davvero una strategia social

Se hai letto Perché il marketing che dura parte sempre dalle persone, hai già incontrato questo principio, che è uno dei miei mantra: la differenza non la fa lo strumento che usi, ma da dove parti quando lo usi e con quale obiettivo.

Sui social vale allo stesso identico modo.

Chi parte dallo strumento si chiede: "Cosa devo pubblicare su Instagram questa settimana?" Chi parte dalla persona si chiede: "Il mio cliente ideale è su Instagram? Se sì, cosa sta cercando quando ci arriva? Cosa lo farebbe fermare, invece di scorrere oltre?"

Sono due domande diverse, e la seconda è l'unica che porta a una vera strategia. Non decidi il formato prima di sapere per chi lo stai facendo. Decidi chi vuoi raggiungere, cosa gli serve, e solo dopo scegli come dirglielo e dove.

Questo significa, in pratica, che una strategia social parte sempre da tre domande, nell'ordine:

  1. Chi è il mio cliente ideale, e dove passa il suo tempo
  2. Quale problema reale posso aiutarlo a risolvere attraverso quello che pubblico
  3. Solo dopo: quale piattaforma, quale formato, quale frequenza

Chi salta le prime due domande e parte dalla terza è quello che finisce a inseguire l'algoritmo.

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Cosa cambia (e cosa no) tra le piattaforme

Le piattaforme non sono tutte uguali, e sarebbe limitante dirti il contrario. Quello che cambia davvero, però, non è la piattaforma in sé: è il tipo di attenzione che le persone ci portano sopra, e cosa si aspettano di trovare mentre la usano.

Chi è su LinkedIn, nella maggior parte dei casi, ci arriva con una testa professionale: sta valutando un fornitore, si sta informando su un tema di lavoro, sta cercando di capire se una persona è competente prima di scriverle. È un'attenzione più lenta, più simile a una verifica, spesso già dentro un percorso di decisione.

Chi è su Instagram, nella maggior parte dei casi, ci arriva in un momento diverso: una pausa, un momento di scorrimento, un'attenzione più leggera e più visiva. Non è lì per valutare un fornitore, è lì per essere intrattenuto o ispirato. Se gli parli come se stesse già cercando di comprare qualcosa, lo perdi.

Chi arriva su YouTube, invece, ha già fatto una scelta diversa dalle due precedenti: ha cercato qualcosa di specifico, ha scelto un video, e si è seduto ad ascoltare. È un tipo di attenzione più lunga, più disposta ad approfondire, e chi ti segue su YouTube ha spesso già costruito con te un livello di familiarità che su Instagram richiederebbe mesi.

Questo è il motivo per cui lo stesso messaggio, scritto o detto nello stesso modo, può funzionare perfettamente su una piattaforma e cadere nel vuoto su un'altra. Non perché una piattaforma sia "migliore", ma perché stai parlando a persone con una testa diversa, in un momento diverso della loro giornata e del loro percorso verso di te.

Quello che invece non cambia mai è il criterio con cui decidi se una piattaforma ha senso per te: non è "quanto è popolare adesso", è "il mio cliente ideale la usa, e la usa nel modo che mi serve". Puoi conoscere alla perfezione il tipo di attenzione che ogni piattaforma porta con sé, ma se il tuo cliente ideale semplicemente non è lì, tutto il resto non conta.

Come si misura il successo

L'ultima trappola, forse la più comune, è misurare la propria strategia social con il metro sbagliato.

Il numero di follower, i like, le condivisioni sono facili da vedere e danno una sensazione immediata di progresso. Ma sono vanity metrics: numeri che si vedono, non necessariamente numeri che contano.

Puoi avere migliaia di follower e zero persone che si fidano abbastanza di te da diventare clienti. Puoi avere poche centinaia di follower, ma esattamente le persone giuste, e ottenere risultati che chi insegue i grandi numeri non vedrà mai.

Quello che conta davvero è più difficile da misurare in una schermata: quante persone arrivano a contattarti perché ti hanno seguito nel tempo, quante si fidano già di te prima ancora di scriverti, quanto quello che pubblichi ti avvicina o allontana dal cliente che vuoi davvero raggiungere.

Se stai ancora misurando la tua presenza social solo con i numeri che l'app ti mostra in homepage, stai guardando lo strumento sbagliato per la domanda giusta.

Il problema non è mai stata la piattaforma.

Che tu scelga Instagram, LinkedIn, YouTube, o qualunque cosa uscirà l'anno prossimo, la logica che decide se funziona resta sempre la stessa: parti da chi vuoi raggiungere, non dallo strumento. Se vuoi costruire la tua strategia partendo da lì, se ne parla in consulenza.

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Antimo Casella

25 anni nella vendita, 8 nel marketing digitale. Aiuto professionisti e freelance a trovare clienti online partendo dalla loro situazione, non dagli strumenti.